Centro Urologico Europeo

Un compagno impertinente di Antonio Bondì

Un compagno impertinente di Antonio Bondì
Giugno 16, 2026 gugo

Dopo essere stato sottoposto ad un intervento con il Laser effettuato dal Dott. Ghidini, lo psicologo clinico Antonio Bondì (73 anni) ha scritto questo bel racconto che vi proponiamo in maniera integrale

UN COMPAGNO IMPERTINENTE di ANTONIO BONDÌ

Mi sono rotto il femore.

È il mese di giugno, è notte, rientro in casa dalle mie meditazioni in terrazzo, ma le ciabatte di pezza si divertono nell’intrecciarsi tra loro e cado in avanti con i piedi bloccati da una mano invisibile ma forte. Il dolore c’è, ma più che altro la coscienza che qualcosa deve essere successo visto che non riesco a muovermi. Il cellulare rimane a portata di mano, chiedo aiuto, ambulanza, ricovero, diagnosi: rottura del femore sinistro, trasferimento in ortopedia. Poi l’attesa a digiuno per giorni in attesa di un probabile sempre prossimo trasferimento in sala operatoria.

Un giorno, tornato dalla sala operatoria, mi sveglio nel mio letto di reparto con la novità di un catetere che prolunga la mia essenza fino a una sacca agganciata alla sponda del letto.

Il pannolone non si bagnava di urina e quindi hanno provveduto di conseguenza. Certo è una bella comodità, non potendosi alzare dal letto e avendo problemi di minzione già da prima di questo infortunio.

La prostata era già un paio di anni che funzionava saltuariamente. È questo il punto, se non avessi sempre rimandato a un prossimo domani una visita urologica, specie quando riuscivo a urinare con meno problemi. Queste fasi benevole della minzione mi facevano obliare le andate in bagno per falsi allarmi, o le minzioni che riuscivano per una mungitura del pene, o lo svuotamento della vescica con emissione intermittente di urina, svogliata e riluttante ad essere espulsa.

Ho sempre rinviato, non tanto per non farmi mettere un dito in culo, perché l’esperienza si può anche rimuovere nell’inconscio, ma per pigrizia, per un atteggiamento di antipatia nel considerarmi malato, anche perché lo ero effettivamente già da qualche anno. Leucemia Linfatica Cronica, che non mi ha aiutato a sentirmi in forma fisicamente, anche perché non mi sono fatto mancare l’artrosi a tutte le giunture del corpo sin dai venticinque anni. Si sa, all’eredità non si può dire di no, soprattutto se ereditata dalla madre.

Solo dopo non capirò perché chi aveva dovuto vivere l’esperienza del dito in culo me l’aveva sempre raccontata come un vissuto doloroso. Forse per nascondere a se stesso un falso vissuto di umiliazione?

In seguito all’essermi ritrovato con un catetere come mia appendice mi sono dato da fare perché il dito in culo me lo mettessero e alla svelta, pur di togliermi il catetere presente ventiquattrore su ventiquattro. Da allora quattro volte mi è stato infilato un dito in culo ma, anche sforzandomi, io non ho mai sentito niente, altro che dolore, non ho mai avvertito la presenza di un corpo estraneo nell’ano, lo sapevo perché guardavo l’urologo che lo faceva, ma io non ho mai sentivo niente., tantomeno dolore.

Ecco il punto, è il 7 luglio 2025, da allora cambierò tantissimi cateteri, per otto mesi e quattro giorni in avanti, fino al fatidico intervento alla prostata effettuato presso una struttura convenzionata.

Sono iscritto d’ufficio anche in una lista ospedaliera, con pronostico probabile di intervento a fine 2026. in ogni caso, ancora oggi, 27 maggio 2026, non mi hanno cercato.

Il catetere, oggetto di pochi euro, quanto un cappuccino con briosce, collegato a me 24 ore su 24. che mi entra dentro per una buona spanna fino a fare cucù ala vescica l’ho portato per duecentoquarantaseette giorni.

Una volta dimesso dal reparto di ortopedia dell’ospedale e un mese di riabilitazione, torno a casa senza nessuna assistenza sanitaria. Ho dovuto immediatamente rifornirmi di sacche per la notte, se volevo garantirmi una nottata di sonno sicuro, collegando il catetere alla sacca tenuta appesa alla sponda del letto. Di giorno usavo un tappo apposito per potere muovermi in autonomia e mimetizzare ben bene entro lo slip i circa venti centimetri di catetere che fuoriesciva.

Ho dovuto cercare anche un infermiere che venisse a domicilio e che avesse “le mani d’oro”, cioè che non mi facesse piangere sfilandomi il catetere da gettare via e infilandomi quello nuovo.

L’ho trovato l’angelo in cui speravo, Alberto è il suo nome. D’accordo con lui abbiamo deciso per un catetere al lattice, da cambiare più spesso, massimo ogni quindici giorni, però più portatile, anche perché il mio unico mezzo di locomozione era ed è la bicicletta, elettrica ma sempre bicicletta è, in cui la sella raccoglie tutte le provocazioni stradali né più né meno che una bicicletta senza pedalata assistita.

Quanti cateteri mi ha sfilato e infilato Alberto? Troppi.

Dopo due mesi abbiamo provato a toglierlo il catetere e a non rimetterlo, per verificare se la minzione era ancora possibile. Erano le diciotto quando abbiamo tolto il catetere ma alle ventiquattro Alberto si è dovuto precipitare a casa mia perché non ce la facevo più dal dolore, non ero riuscito a urinare nemmeno un bicchierino da rosolio, ero pieno di urina. Appena mi ha infilato il catetere abbiamo verificato che si era accumulata dentro di me un litro e mezzo di urina. Ma dove stava? Quasi un fiasco di urina. Viva il catetere.

Quindi? Ero condannato a portarlo per sempre? E no. È questa prova dalle aspettative dissattese che mi ha fatto concentrare a trovare al più presto una soluzione prima che passasse un altro anno e mezzo alla prevista operazione prenotata nella struttura pubblica.

Rimessomi relativamente in sesto dalle conseguenze della frattura al femore, per esempio l’essere dimagrito quindici chili in venti giorni, mi sono fatto due conti sui tempi che mi separavano dalla probabile data dell’intervento alla prostata, cioè quasi un anno e mezzo, allora ho incominciato a guardarmi attorno, prima in altri centri ospedalieri della provincia, poi in centri ospedalieri extra regionali, e ho scoperto che poco lontano da casa potevo, forse, riuscire di anticipare l’intervento alla prostata anche di un anno. Ho scoperto cioè che in una struttura ospedaliera convenzionata la lista d’attesa era notevolissimamente più corta. Rimaneva dovere ottenere l’essere inserito in quella lista d’attesa. Come?

Ho pensato che la cosa migliore da fare sarebbe stato farsi visitare dal responsabile di urologia di quella struttura sanitaria, e così ho scoperto che c’era un’altra lista d’attesa da rispettare prima di essere visitato da quel dottore.

Quando arriva il mio turno riesco ad anche ad incontrare il primo dito che penetrerà dentro di me e che mi permetterà di entrare in una lista operatoria da lì a massimo due mesi.

Ho respirato a pieni polmoni per l’incredulità e la gioia, anche perché i cateteri al lattice, che vanno cambiati molto più frequentemente, sono più morbidi e irritano di meno ma vanno cambiati a breve distanza. Gli ultimi due mesi mi hanno fatto soffrire, essendo morbidi non riuscivano più a forzare l’occlusione della prostata e hanno richiesto molta manualità e anche grande pazienza e sensibilità da parte di Alberto che ogni volta è riuscito nell’intento. Però, ciò che ultimamente provavo a livello fisico condizionava talmente il mio fisico che se Alberto veniva di mattina io non pranzavo, e se veniva nel pomeriggio saltavo la cena talmente era il malessere che formava un nodo alla bocca dello stomaco.

Una volta inserito nella lista d’attesa di quella struttura ospedaliera dovevo attendere la chiamata per sopperire all’esigenza di analizzarmi il sangue e i polmoni e, udite, anche un colloquio con un’anestesista che verificherò che mi rivolgerà una sfilza di domande precompilate a cui darà seguito riempendo le caselle o gli spazi lasciati liberi per questo. Non bastava un’infermiera?

Nel frattempo la convivenza con il catetere di turno si faceva sempre più snervante, anche perché sempre più presente alla mia coscienza.

In assenza di vita sessuale, che già praticavo, c’è però il corpo che continua ad avere le sue esigenze anche se non le assecondiamo, e provvede con sua delibera mai messa ai voti.

Come provvedere a una eiaculazione spurgativa? Nessuno te lo spiega, né se si può fare e se sì come. La domanda frenante è stata: da dove passa lo sperma se ho il catetere?

Dopo due notti insonni e tormentosi, bramoso e tormentato da sogni erotici in produzione industriale, che tendevano a farmi eiaculare anche contro la mia volontà, ho deciso di fare il temerario, vada come vada, ho allungato la mano a favorire l’esito dell’erezione. Erezione, ho difficoltà a definire quel prolungarsi miserevole lungo il lattice che lo sosteneva, ma…. lo sperma, già pochissima cosa anche prima del catetere, è fuoruscito scivolando attorno al catetere fino ad inumidire il fazzolettino di carta che, fiducioso e speranzoso, avevo posto attorno al glande.

Sarò operato con il laser. Che, di primo acchito, a me, paziente di una certa età, ha inorgoglito.

Il laser, mi ha sempre riportato alla mente una scena di un film della serie di 007, quando ancora il laser era futuristico, in cui James Bond rischiava i testicoli proprio per mezzo di un raggio laser, e a me mi si accartocciava lo scroto e la bocca si riempiva di un forte sapore di ferro.

Ed eccomi qui, sono stato operato. Un trespolo sosteneva una sacca enorme. Saprò poi che contiene cinque litri di liquido per lavare la vescica. Ne conterò tredici, quindi tredici per cinque settantacinque litri. Alla faccia delle pulizie di Pasqua.

Dopo trentasei ore mi dicono che mi toglieranno il catetere, che mi dovrò alzare per urinare in un contenitore che dovrà essere controllato dalla dottoressa. Dopo qualche ora la dottoressa viene, controlla il contenitore e mi dice che dopo qualche ora me ne potrò andare. Dopo qualche ora effettivamente torna con il foglio di dimissioni e la terapia e mi dice: non usi la bicicletta per almeno quaranta giorni.

O mamma mia, già ero intronato per avere urinato rosa, per avere urinato senza catetere, al mio ordine. Poi mi è appena stato detto che potevo andarmene a meno di quarantottore dall’intervento. Il divieto all’uso della bicicletta mi ha proprio intronato, mi ha fatto dimenticare la riacquistata libertà, mi sono sentito quasi triste. Però dovevo guardare il lato positivo della vicenda, non mi ero fatto operare per salire  meglio sulla bici ma per liberarmi da una schiavitù, fonte di possibili infezioni con tutto il rosario di motivazioni legate appresso.

Bene, posso telefonare per farmi venire a prendere. Dall’altra parte del telefonino la meraviglia. Ma ti hanno operato? E già ti sbattono fuori? Ma pensa te. Salgo in macchina e vengo subito.